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PAVIA

«Il sogno di un uomo ridicolo» al Fraschini L’allestimento è curato dal Laboratorio di Costumi e Scene del Teatro della Pergola. Protagonista Lorenzo Terenzi

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Riprende a pieno ritmo l’attività del Teatro Fraschini di Pavia. Prossimo appuntamento, da questa sera a domenica, (venerdì e sabato alle ore 21, domenica ore 16) è con «Il sogno di un uomo ridicolo» di Fëdor Dostoevskij, per la regia di Gabriele Lavia, con Lorenzo Terenzi. L’allestimento è curato dal Laboratorio di Costumi e Scene del Teatro della Pergola. La regia è di Gabriele Lavia.

ll sogno di un uomo ridicolo - racconto fantastico - compare per la prima volta nel Diario di uno scrittore nel 1877 che era diventato un fascicolo a sé rispetto alla rivista Il Cittadino. Su questa pubblicazione Fëdor Dostoevskij dal 1873 spaziava dai fatti di cronaca agli articoli politici, da considerazioni storiche a racconti. Il Diario rappresentava per lo scrittore il luogo della disputa politica e spirituale. Il testo in questione diventa la sintesi del suo pensiero. Dietro al pretesto letterario, l’autore affronta il tema dei vizi di una società che si allontana sempre di più dai valori fondanti dell’amore e della fratellanza.

L’uomo ridicolo decide di morire in una notte stellata; per strada viene afferrato da una bambina che gli chiede aiuto; egli non può che respingerla, sotto il peso della sua decisione. Al rientro in casa si prepara per compiere il gesto efferato, ma all’improvviso ricompare nella sua mente l’immagine della bambina. Dunque nel suo ricordo si affastellano sentimenti contrastanti, dal rimorso alla compassione finché non si addormenta: sogna di essersi suicidato e di essere stato portato in un mondo paradisiaco, abitato da persone senza peccato, in una terra non profanata, “per mangiare e vestirsi lavoravano poco e facevano lavori facili e leggeri... Erano felici dei figli che nascevano perché avrebbero diviso con loro la gioia di vivere... Componevano anche canti gli uni per gli altri, lodandosi come bambini; erano canzoni molto semplici, ma sgorgavano dal cuore e lo penetravano... Era una specie di innamoramento totale e collettivo...”

Il suo arrivo corrompe questa popolazione che in breve tempo assorbe tutti i difetti umani: questo popolo comincia a conoscere la fratellanza solo in presenza della cattiveria, è costretta a istituire la giustizia in presenza della criminalità. Solo allora l’uomo ridicolo viene colto da un profondo senso di angoscia e gli sembra di morire, è in quel preciso momento che si risveglia. Questo strano sogno gli ha lasciato in dono la fede, una conversione vera e propria, con gli stessi precetti di puro amore come quelli del Vangelo. Un’illuminazione miracolosa, una visione che ribalta spirito e ragione. In sintesi, una catarsi.

Dostoevskij introduce l’aggettivo ridicolo nell’accezione di rappresentare l’intera umanità che si illude, nella piccolezza della sua esistenza, di poter governare e controllare l’intero Universo. L’uomo continua ad agitarsi infliggendo sofferenze agli altri senza capire di essere infinitesimale e destinato a scomparire senza lasciare traccia. L’uomo ridicolo è corruttore: infanga tutto ciò che ha intorno.

Nella dimensione monologante Gabriele Lavia dimostra ogni volta la sua forza e la sua visceralità. Intriso di terra, lo spazio scenico si trasforma in un campo di battaglia dove il protagonista si contorce tra i lacci della camicia di forza, simbolo di un mondo che ha scelto la sofferenza e si è autorecluso. La riflessione di Dostoevskij trova nella recitazione appassionata, scura e melodrammatica di Lavia, un punto di forza. L’interpretazione dettata dall’attore milanese è quella di un uomo del sottosuolo, dannato, dominato da un senso di colpa, consapevole dell’impossibilità di mettere in atto l’amore per il prossimo.

Fëdor Dostoevskij

Fëdor Dostoevskij (Mosca 1821- San Pietroburgo 1881) sì affrancò dalla carriera militare per dedicarsi alla letteratura (esordì con Povera gente nel 1844), lo fece dimostrando di essere un sottile indagatore dell’interiorità umana, anticipatore della psicoanalisi, chiarificatore delle contraddizioni dell’inconscio. Attraversò momenti drammatici per ragioni politiche – l’arresto e la condanna a morte sventata e sostituita da quattro anni di lavori forzati- che però non gli impedirono di portare a compimento la sua attività di scrittore che annovera romanzi dagli intrecci vorticosi, linguaggio febbrile, personaggi vitali. Da Delitto e castigo (1866), L’Idiota (1869), I demoni (1871), I fratelli Karamazov (1878).

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Autore:afm

Pubblicato il: 13 Ottobre 2017

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