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I musei e la riforma del pubblico impiego L’Avv. Niutta: «La questione non é sull’efficienza della pubblica amministrazione, ma sul comportamento del Legislatore»

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Nei giorni scorsi è stata approvata la riforma del pubblico impiego. Tra le novità declamate con enfasi, quella di una maggiore severità nei confronti del dipendente. L’impressione è che si sia voluto fornire solo un messaggio di rigore all’opinione pubblica senza, però, riempirlo di contenuti. Infatti basti pensare alla previsione di applicare la sanzione più grave del licenziamento nel caso di valutazione negativa della performance a chi per tre anni consecutivi abbia avuto un giudizio negativo. Peccato che con le precedenti regole la valutazione negativa che portava al licenziamento era possibile per un arco temporale di un solo biennio . Ancora nell’ambito della riforma si introducono ulteriori elementi di conflitto lanciando «le grida manzoniane» sapendo che non sortiranno alcun effetto. Come non pensare a questo nel momento in cui si vogliono fissare apposite sanzioni per ripetute e ingiustificate assenze dal servizio in continuazione con le giornate festive o di riposo. Eppure l’esperienza dovrebbe insegnare che anche nel caso di assenze collettive (vi ricordate il capodanno romano?) ognuno dei soggetti interessati ha una sua pur legittima giustificazione normativamente prevista e di difficile contestazione. Quindi se avessimo voluto fornire qualche strumento veramente utile alla riforma della P.A. ci saremmo dovuti concentrare sui veri problemi e cioè il recupero di produttività e la semplificazione normativa. Sta arrivando l’estate e per chi opera nei servizi comincia l’ossessione delle ferie, della gestione da garantire in ogni caso, dell’ufficio da tenere attivo, del reparto da chiudere pur essendovi nel periodo estivo un maggior bisogno di presenze , in particolare per le persone in condizioni di fragilità. Allora l’occasione di una riforma del pubblico impiego da coniugarsi poi con il rinnovo del contratto di lavoro poteva essere il momento per una svolta epocale . Sfoltire tutte quelle normative che consentono di assentarsi mantenendo i massimi livelli stipendiali , garantendo comunque i diritti essenziali del lavoratore, chiedendo una maggiore presenza e aumentando di conseguenza i livelli stipendiali. Il tutto chiedendo ciò che contrattualmente è stabilito e cioè lavorare per 36 ore alla settimana e non di più ma auspicabilmente neanche di meno. Che poi il Legislatore abbia più interesse ad urlare alla luna è abbastanza chiaro anche se non serve a risolvere i problemi. Ad esempio a volerci riportare alla necessitò di una coerenza e semplificazione è intervenuta, negli stessi giorni, la sentenza del TAR che ha annullato il reclutamento dei Direttori non italiani alla guida di importanti strutture museali. La vicenda è semplice, il TAR si è limitato ad applicare una Legge dello Stato che vuole che solo i cittadini italiani possano essere assunti in posti che implicano esercizio diretto o indiretto di pubblici poteri (art. 38 D.lgs 165/2001) includendo in questa restrizione tutti i posti di livello dirigenziale. Qual è la reazione? Da una parte l’ex Premier ha dichiarato che avrebbe dovuto riformare la giurisdizione amministrativa, dall’altra il Ministro lamenta la figuraccia davanti al Mondo. Nella sostanza, a fronte di una sentenza si pensa di dover incidere sul Giudice che l’ha emessa per limitarne i poteri anziché porsi la questione vera di cambiare le Leggi rendendole più attuali e poi applicarle in modo coerente. Come per tutto il resto sorge il dubbio che il problema non siano i dipendenti ma coloro i quali fingendo di volerli riprendere in modo serio e rigoroso non cambiano invece in modo efficace un quadro normativo che consente abusi e le interpretazioni più diverse.

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Autore:afm

Pubblicato il: 30 Giugno 2017

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