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Ecco il «Messiah» di Hà¤ndel Il libretto scritto da Jennens intende riproporre la meditazione sul concetto di redenzione

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Procede la stagione di musica al Teatro Fraschini. Domani sera, sabato 11 marzo, Ghislieri Choir & Consort (Direttore Giulio Prandi) porterà in scena «Messiah» di Georg Friedrich Händel.

Su quest’opera scrive Maria Teresa Dellaborra: «Composto nell’arco di poco meno di un mese, il Messiah è opera unica nella produzione haendeliana sia perché è il solo oratorio di argomento biblico ispirato al Nuovo Testamento, sia perché non rientra nella tipologia drammatica. I motivi di tale diversità potrebbero dipendere dalla committenza giunta al compositore dal duca di Devonshire, luogotenente d’Irlanda, a nome di tre organizzazioni benefiche di Dublino. Il 13 aprile 1742 infatti il Messiah fu presentato in quella città in una serata «in soccorso dei prigionieri nelle diverse prigioni, a sostegno del Mercer’s Hospital in Stephen Street e della Charitable Infirmary sull’Inn’s Quay». Dunque la sua destinazione non è liturgica, sebbene nel tempo questa pagina sia diventata il simbolo religioso dei paesi anglosassoni. Già alla prima esecuzione il successo fu enorme e procurò considerevoli profitti (anche in termini economici) al suo autore. Il libretto, compilato dal fidato Jennens, allinea passi scelti dai due Testamenti e intende riproporre non tanto la narrazione della vita e della passione di Gesù Cristo, ma la meditazione sul concetto di redenzione. I cardini su cui si fonda sono: promessa, incarnazione, passione e resurrezione. Le forme musicali attraverso cui tali astrazioni si esplicano sono in parte italiane (si pensi ai recitativi accompagnati e alle arie, soprattutto) e in parte francesi (ouverture). I cori sono in forma di anthem e si presentano con una ricchezza sonora e con un potere evocativo così marcati che quando, ad esempio, esplode l’Alleluja (definito da alcuni esegeti una “marcia per l’incoronazione” e al quale in particolare il Messiah deve la sua fama), gli ascoltatori ancora oggi si alzano per partecipare all’inno e per rendere omaggio al potente sovrano. Gli stili impiegati amalgamano elementi caratteristici della musica italiana (belcantismo, agilità, leggiadria e ampiezza della linea melodica) e francese (solennità, densità di scrittura, predilezione per la scrittura imitata). Semplici temi o brani interi sono in parte estrapolati, secondo una consolidata tecnica di autocitazione, dal ricco catalogo dell’autore che, con abilità sopraffina, sa trasformare un duetto in coro o un’aria presente in una cantata italiana in coro o in nuova aria in inglese. Nella prima parte non manca neppure una delicata e poetica sinfonia pastorale (Pifa) per evocare la nascita di Gesù. La raffigurazione musicale della parola è costante e realizzata secondo i procedimenti della teoria degli affetti ampiamente condivisi nel periodo barocco. L’ordine dei brani e la loro destinazione vocale sono stati a più riprese alterati e ricomposti dall’autore e neppure a Dublino l’oratorio fu eseguito nella forma originale del manoscritto. Haendel periodicamente vi metteva mano in parte per adeguarsi alle capacità e ai desideri dei cantanti, in parte per soddisfare intime logiche creative. Molte sono dunque le possibili versioni di questa partitura, tutte accettate dalla letteratura musicologica. Quella qui eseguita riproduce una delle sei differenti esecuzioni proposte a Londra negli anni 1743, 1745 e 1749. Haendel era consapevole dell’eccezionalità del Messiah ed è molto significativo che in seguito non sia più tornato sull’oratorio di tipo meditativo e di argomento cristiano. La composizione, che avrebbe potuto dare origine a una nuova tradizione oratoriale e, come disse l’autore stesso, approfondire il «campo dell’oratorio» che sentiva molto vicino alla propria sensibilità, rimase in realtà un unicum. Tutte le informazioni sono pubblicate sul sito www.teatrofraschini.org

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Autore:afm

Pubblicato il: 10 Marzo 2017

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