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PAVIA

«Bollicine in Castello»: straordinario successo per il gran galà della spumantistica nazionale L'Oltrepò Pavese è la patria della vitivinicoltura lombarda con 13.500 ettari di vigneti e una rete di 1.700 aziende vitivinicole, perlopiù medio-piccole a conduzione familiare che producono il 62% del vino della Lombardia

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La cultura del Metodo Classico italiano in vetrina al Castello di San Gaudenzio in Oltrepò Pavese. Da sabato 20 a lunedì 22 maggio è andata in scena «Bollicine in Castello» (www.bollicineincastello.it), gran galà della spumantistica nazionale giunto alla sua quarta edizione.

La cornice esclusiva della manifestazione è stata ancora una volta quella del Castello di San Gaudenzio di Cervesina, hotel a 4 stelle ricavato in un edificio storico di pregio che rappresenta il contesto ideale per favorire una piena valorizzazione di tutte le aziende partecipanti. Accanto al meglio della spumantistica Metodo Classico ha trovato posto l’esposizione e vendita di alcune produzioni gastronomiche di pregio. Madrina dell’evento è stata la sommelier pavese dell’AIS, Elisa Cremonesi, cui è stata affidata la selezione dei marchi coinvolti. I partner della quarta edizione, tutti davvero prestigiosi, sono stati molto apprezzati. La manifestazione si è aperta con una cena di gala da tutto esaurito nel curato ed elegante ristorante del Castello. Ai tavoli, insieme ai titolari delle aziende partecipanti, hanno preso posto opinion leader del settore per una cena-racconto dedicata all’eccellenza spumantistica italiana e alla grande tradizione vinicola dell’Oltrepò Pavese, tra storia e futuro. I banchi d’assaggio sono invece stati aperti al selezionato pubblico domenica. Molti i winelovers di tutte le età che non si sono lasciati sfuggire la possibilità di un viaggio nella spumantistica d’eccellenza, apprezzando le peculiarità di ciascun terroir e di ogni marchio presente all’apputamento. Sempre domenica tutto esaurito alle due degustazioni tecniche su prenotazione guidate dalla madrina della manifestazione, la delegata AIS della provincia di Pavia, Elisa Cremonesi. Al pubblico è stata proposta una verticale dedicata al «1870» dell’azienda Giorgi F.lli di Canneto Pavese e al «Nature» dell’azienda Monsupello di Torricella Verzate e un’altra sessione incentrata sul «Rosé Riserva» dell’azienda Ca’ di Frara di Mornico Losana. Sotto la lente tutte le caratteristiche della spumantistica Pinot nero dell’Oltrepò Pavese in bianco e in rosa, passando per il racconto del progetto Cruasé (marchio collettivo dei soci del Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese che identifica la pura espressione rosa del Pinot nero). Sempre nel corso della giornata di domenica, alle ore 16, è andato in scena un focus dedicato al turismo: «Oltrepò Pavese: abbiamo una storia da raccontare». Al tavolo dei relatori: Castello di San Gaudenzio, Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese, Confindustria, Università di Pavia, Confartigianato, Federterme, Camera di Commercio di Pavia e l’imprenditrice Ilaria Beccari. Si è parlato di una rete da far crescere, di nuova impresa da attrarre, del vino e delle terme come di un fattore attrattivo per una comunicazione a sistema di un territorio unico. La giornata di lunedì è stata invece riservata agli operatori del settore hotel, ristoranti e catering.

A «Bollicine in Castello» si è riflettuto anche sull’export delle bollicine, in particolare verso gli Stati Uniti dove per gli spumanti italiani si assiste a un vero e proprio «boom». I dati Iwfi, Italian wine & food institute, segnalano un incremento di importazioni dall'Italia del 30,8% in quantità e maggiore, del 36,4%, in valore pari a 632.258 ettolitri, per un giro d'affari di 353 milioni di dollari e 456mila. Segno che le bollicine italiane piacciono e che la componente prezzo non è determinante nella scelta, anzi. Lo spumante segue il trend degli altri vini fermi, che in totale vedono l'Italia primo esportatore per valore negli Stati Uniti. Una classifica che conferma l'appeal delle etichette del Belpaese sulle tavole degli americani, dove spesso sono i nostri ristoratori, chef stellati o semplici cuochi, a fare da ambasciatori.

L’evento Bollicine in Castello è servito anche per tornare a parlare dell’Oltrepò Pavese come grande terra vitivinicola italiana ed internazionale.

Oltrepò Pavese,

anima agricola della Lombardia

L'Oltrepò Pavese è la patria della vitivinicoltura lombarda con 13.500 ettari di vigneti e una rete di 1700 aziende vitivinicole, perlopiù medio-piccole a conduzione familiare che producono il 62% del vino della Lombardia. Sotto il profilo geografico l'Oltrepò è la punta della regione Lombardia che, in provincia di Pavia, si protrae al di sotto del Po. La sua forma è grossomodo triangolare, una sorta di compatto grappolo d’uva attaccato al tralcio rappresentato dal Grande Fiume, come raccontava Gianni Brera.

L'Oltrepò, lungo l'asse del 45° parallelo che accomuna le grandi zone vinicole mondiali, è regno indiscusso della collina, che, a tratti dolce ma assai spesso aspra nelle pendenze, identifica l’Oltrepò vitivinicolo; una terra dove l’uomo si cimenta con l’uva e col vino fin dalla notte dei tempi. In questo mare sconfinato di vigne trovano spazio diversi vitigni ma il principe incontrastato è il Pinot nero: coltivato su circa 3 mila ettari, marchia indelebilmente il territorio come il più grande bacino nazionale dedicato a questa varietà.

Pinot nero, vitigno poliedrico che esprime diversi ‘colori’

Taluni ampelografi ipotizzano la presenza di genotipi ancestrali del Pinot nero sulle colline dell’Oltrepò già dall’epoca dei Romani. Citazioni più certe risalgono poi al 1500 ma è nella seconda metà del 1800 che, a Rocca de’ Giorgi, s’impianta, con successo, diversi ettari di cloni francesi. È l’inizio di un’avventura che coinvolgerà tutto il territorio, caratterizzandolo soprattutto per una fortissima vocazione spumantistica; nel 1912 il cartello pubblicitario ‘Gran spumante Svic” (Società Vinicola Italiana di Casteggio) svetta accanto alla statua della Libertà di New York a commozione degli emigranti in arrivo. Seguono anni febbrili e numerosissimi riconoscimenti ottenuti da svariati marchi aziendali. Nel 1970 arriva la Doc «Oltrepò Pavese» mentre nel 2007 nascono la Docg ‘Oltrepò Pavese Metodo Classico’ e nel 2010 la Doc ‘Pinot nero dell’Oltrepò Pavese’, quest’ultima dedicata al vino rosso fermo. Se traduciamo i vini in colori, quindi, le possibilità ‘cromatiche’ del Pinot nero in Oltrepò sono molteplici, e vanno dal bianco al rosso, ma l’espressione più originale è quella delle bollicine rosa; una storia recente che poggia su radici antiche!

Cruasé, il ‘brand’

portabandiera del territorio.

La nascita della Docg Oltrepò Pavese Metodo Classico porta ad una discussione che si concretizza con l’individuazione nella tipologia rosè del vero cavallo di battaglia. Un vino che è contemporaneamente emblema di un territorio, di un vitigno e di un metodo di spumantizzazione, il più nobile.

La scelta ‘in rosa’ ha legato infatti una fortissima personalizzazione delle bollicine al valore della naturalità (la leggera spremitura del Pinot nero spontaneamente genera un mosto rosato), pertanto il Consorzio ha ritenuto di rafforzarla dotandola di un marchio immediatamente riconoscibile agli occhi del consumatore, ‘Cruasé’. Cruasè, che deriva da ‘cru’ (selezione) e ‘rosè’, identifica il Metodo Classico rosato ottenuto in Oltrepò Pavese da uve Pinot nero ed è oggi il prodotto che distingue questo territorio nei confronti di tutte le altre aree spumantistiche italiane ed estere. Prodotto nelle tipologie ‘Brut’, ‘Extrabrut’ e ‘Brut Nature’ è ideale a tutto pasto, accompagna egregiamente finger food o rappresenta, da solo, un originalissimo e seducente aperitivo.

Il Metodo Classico in bianco, oltre un secolo di tradizione

In Oltrepò il Pinot nero, già a partire dal 1865 ad opera di Carlo Gancia e di Conte Vistarino, viene spumantizzato nella versione ‘bianca’, la più diffusa tipologia dei Metodo Classico a livello mondiale. Ne esce un prodotto che, nel panorama delle bollicine, si distingue per il nerbo e l’austerità varietali, apprezzati dagli estimatori, più o meno intensamente ammorbiditi dagli apporti del lievito nei lunghi anni di permanenza sulle fecce (millesimati). Si deve alla Cantina La Versa, nata nel 1905, la capillare diffusione e valorizzazione del Metodo Classico dell'Oltrepò Pavese.

Un’ipotesi originale è quella che i genotipi originari del Pinot nero fossero già coltivati in Oltrepò pavese dai Romani, che probabilmente lo portarono quindi nel Sud della Francia, dove furono selezionate le attuali varietà di Pinot nero. La diffusione come varietà da spumantizzazione si intensifica però in Oltrepò a fine dell’800, contemporaneamente all’affermarsi dello Champagne nel mondo. Ai primi del ‘900 gli spumanti oltrepadani erano già famosi anche negli States. A chi giungeva nel porto di New York dall’Italia nel 1912 si presentava un’immagine alquanto insolita: accanto alla Statua della Libertà, si trovava infatti il cartello pubblicitario del “Gran Spumante Svic”, prodotto dalla Società Vinicola di Casteggio (di cui Svic è l’acronimo). La Svic nasceva nel 1907, nella fase di fondazione delle Cantine Sociali dell’Oltrepò Pavese, e la sua direzione fu affidata fin dall’inizio all’enologo Pietro Riccadonna a cui dal 1909 gli venne affiancato Angelo Ballabio. Pietro Riccadonna dev'essere considerato come uno dei padri della spumantizzazione moderna, in particolare per quanto riguarda il Metodo Classico. Enologo, ma anche uomo di comunicazione, Riccadonna coniò lo slogan “Che cos’è la vita se non spumeggia il vino?” che accompagnò la promozione degli spumanti prodotti a Casteggio. Da una parte Riccadonna, dall’altra Ballabio (alla cui azienda, grazie soprattutto all’apprezzamento per lo spumante secco, Emanuele Filiberto, duca d’Aosta concesse nel 1931 il contrassegno di Provveditore della Real Casa con autorizzazione a fregiarsi delle insegne ducali) sono le figure storiche che testimoniano la storia dello Spumante Metodo Classico prodotto in Oltrepò Pavese.

Insieme alla pionieristica avventura spumantistica di Conte Vistarino e Carlo Gancia un altro dato certo risale al 1870, quando l’ing. Domenico Mazza di Codevilla diede inizio alla produzione dello “Champagne” d’Oltrepò. Già allora la base per le cuvée era rappresentata da vino Pinot ottenuto da uve Pinot nero. Da allora altri produttori cominciarono a cimentarsi nella nobile vinificazione della lenta fermentazione in bottiglia.

Nel 1930 la cantina sociale La Versa si organizzò per creare una moderna (per quei tempi) cantina di spumantizzazione. La tradizione è continuata fino ad oggi con il riconoscimento, nazionale e internazionale, dell’Oltrepò pavese quale territorio d’eccellenza per la produzione di spumante metodo classico da uve di Pinot nero. In Oltrepò il Pinot nero (sia per le basi spumante che per i vini rossi) è passato dai circa 600 ettari coltivati intorno agli anni ’60, ai circa 3000 attuali. Il Pinot nero è presente un po’ in tutto l’Oltrepò anche se è soprattutto coltivato in Valle Versa, Valle Scuropasso e alta Valle Coppa.

Pinot nero in rosso, la nobiltà

di una scelta difficile

La valorizzazione della vinificazione in rosso del Pinot nero, intrapresa da alcune aziende a partire dagli anni Cinquanta, determina, nel 2010, la nascita della Doc «Pinot nero dell’Oltrepò Pavese», interamente dedicata a questo vino prodotto unicamente nella versione «ferma». È un percorso, quello del Pinot nero vinificato in rosso, che come gli enologi di tutto il mondo ben sanno, è irto di tensioni e, spesso, delusioni, ma foriero dei più mirabolanti successi quando tutti gli elementi della vocazionalità si esprimono. Una sfida difficile che permette all’Oltrepò di gareggiare con aree mondiali dove le bottiglie incarnano il mito stesso del vino.

Emanuele Bottiroli

Direttore Consorzio Tutela Vino Oltrepò Pavese

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Autore:afm

Pubblicato il: 26 Maggio 2017

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